La bellezza della fatica e il gusto dell'impresa

Gaiole in Chianti, 3 ottobre 2021. Ore 5:30. Le vecchie bici cigolano le loro storie. Tutti provano i freni come a dire: “andrà tutto bene”.

Le fievoli luci di chi parte nella notte non fanno vedere oltre. Eppure ci siamo. Accanto a me guardo quest’uomo che ha un’aria già vista, così composto e silente. Non accende le luci? Gli indico. Le ha accese lei, non ho intenzione di faticare troppo. È stretto in una maglia anni venti i cui tarli hanno ricamato un arcipelago di vuoti. Non si può distinguere quale sia il suo ruolo nel gioco del mondo ma ora, come tutti noi, è solo un ciclista. È solo nervi. È solo vene che disegnano l’esasperazione della vita venir fuori. È accanto a me. 40 km. Una linea arancio si poggia sulle colline. Guarda un punto fisso nel vuoto e chiude gli occhi. 80km. Tiene il mio passo, eppure sono certa che potrebbe scomparire in una nuvola di sterrato. 135 km. Andiamo dritti fino a su. Il silenzio si fa preghiera e le nostre braccia tirano su la bici trattenuta dalla fragilità dei nostri corpi. Un ultimo colpo e scolliniamo. Il respiro sembra essere rimasto impigliato tra le radici dei boschi. I nostri visi sono ormai una maschera di sudore e polvere. 200km. Torna l’asfalto, la gamba stenta. Ha una spilla sul petto di un’associazione filantropica. Perché sta correndo L’Eroica? Gli faccio senza girarmi: “Ti accompagno, come tu accompagni me. Tutti abbiamo bisogno che qualcuno ci accompagni quando ci troviamo davanti ai nostri limiti. E come per te il mio limite non è stato sulle colline del Chianti”, mi risponde. 205 km. “È quasi finita”, dico. Non risponde.

208,5 km. Superiamo il gonfiabile sull’incrocio. Ecco. Mi fa cenno con la mano di andare avanti, come farebbe un gregario. Poi con voce fievole lo sento scandire tra sè e sè: “Spes Ultima Dea”. 209 km. È finita, alzo la bici felice che la speranza, dopo tutto, non sia venuta mai meno.

Cristina Rauso