La bellezza della fatica e il gusto dell'impresa

Memorie Eroiche dal Giro - Vol. 2

Francesco Moser e Giuseppe Saronni segnano un momento alto della rivalità ciclistica che è sempre stata il sale di questo sport. Sono due grandi campioni, diversissimi e fatti apposta per non intendersi. Grandi personalità, capaci di farsi disegnare ciclismo addosso. Perché i due sono grandissimi ma non amano, per caratteristiche tecniche, le montagne più alte. I Giri d'Italia a cavallo degli Anni 80 sono pensati in modo meno arcigno perché i plurivittoriosi italiani possano tener viva la competizione e la passione degli sportivi, accesa da una rivalità genuina e dalle loro notevoli personalità. Spesso si decidono Giri sul filo dei secondi e degli abbuoni, Saronni ne vince 2, Moser ci riesce solo nel 1984, a 34 anni, con un sorpasso incredibile su Fignon all'ultima tappa, la crono di Verona. Ma quando arriva Bernard Hinault, nonostante le altimetrie abbordabili, impone sempre la sua legge. Succede 3 volte e l'impresa più bella la compie nel suo primo, il 1980; in classifica primeggia il vecchio Miro Panizza, alla Gis di Saronni; l'ultima montagna, però, si chiama Stelvio, Hinault manda via presto il fido Bernaudeau, poi lascia tutti per andare a prenderlo in cima e lasciargli l'arrivo di Bormio.

A Bormio si decide anche il Giro d'Italia 1988. Vi si arriva non dallo Stelvio ma dal Gavia, la montagna gemella diversa. Quella Corsa Rosa segna un cambio generazionale, al via non ci sono mostri sacri. C'è, in verità, un certo Pedro Delgado ma, come farà vedere a breve, sta preparando il Tour. Si parla bene di Franco Chioccioli, un toscano che richiama nella figura un certo Coppi. Buon scalatore, Chioccioli si impone a Campitello Matese e indossa la maglia rosa al Selvino. Il 5 giugno, però, c'è il Gavia e Torriani annuncia brutto tempo; non molti, però, tengono di conto per intero delle previsioni. Il diavolo, invece, è più brutto del previsto; su una strada ancora con diversi tratti sterrati si scatena la tormenta e diversi corridori non riescono a difendersi da neve e freddo. In cima passa, in maniche corte, l'olandese Van der Velde ma di lui si perdono le tracce poco dopo. Dai 2652 mt del passo Gavia al fondovalle ci sono 25, terribili in quelle condizioni, km di discesa. I più lucidi, e meglio protetti dal freddo, si rivelano Andy Hampstean, statunitense, ed Erik Breukink olandese, che vince la tappa e sarà secondo nella generale. Hampstean, ad oggi, è l'unico USA ad aver vinto il Giro.

La gente del Giro torna a scaldarsi molto per Gianni Bugno, che domina nel 1990 e poi avvolge la sua immensa classe ed i suoi lampi da campione nei dubbi che si porterà sempre con sé. Il vero eroe, per come interpreta il suo mestiere e la sua passione, diventa Marco Pantani e, più che nel Giro vinto del '98 e di quello dominato successivo interrotosi per la tragedia sportiva di Madonna di Campiglio, raccontiamo quello del '94, che segnò la rivelazione del grande scalatore romagnolo. Quel Giro lo vince il russo Berzin e resterà pressoché il suo unico bagliore, sintomo di una certa lunga stagione di ciclismo. Ma la storia tecnica ci parla dell'avvento esaltante di questo giovane, ancora con gli ultimi radi capelli, che si rende protagonista di due azioni straordinarie ed irriverenti. Vince a Merano uscendo sul finire dell'ultima salita e dando spettacolo in discesa ed il giorno dopo si ripete nella Merano-Aprica; il Giro a Evgeni Berzin lo sta contendendo sua maestà Miguel Indurain, che ha vinto i due precedenti e tutti i Tour (5 totali) della sua era. Pantani domina anche sul Santa Cristina, per poco non fa saltare il banco, piazzandosi sul podio tra Berzin ed il monumentale spagnolo.


Giancarlo Brocci