La bellezza della fatica e il gusto dell'impresa

In un universo che è tutto digitale, a cavallo tra realtà impalpabili e la fredda superficie delle cose che li contengono, c’è l’uomo-

 Il mondo moderno ci ha portato a vivere esperienze sempre più effimere, lontane e senza materia. Ci facciamo distrarre dalle notifiche, dalle serie su Netflix, dagli upload su Instagram e dalle interminabili note vocali su WhatsApp. Siamo immersi in una grande spirale senza tempo che ci accompagna e che farà danzare l’essere umano fino alla fine del tempo, probabilmente mutando ancora forma, facendoci raggiungere orizzonti inimmaginabili e percorrere strade sempre più olografiche e veloci.

 

Eppure, dentro ognuno di noi, c’è quel bambino che amava mettere le mani nella terra, sporcarsi nel tentativo di rimettere al suo posto la catena della bici o ancora, per chi ha vissuto un ciclismo meno tecnologico, estrarre la camera d’aria dal copertone e immergerlo in una bacinella piena d’acqua. Me lo ricordo bene. Mio padre mi spiegava come fare per capire dove fosse il foro. Accarezzavo piano quella superficie rosea e liscia, simile a un serpente di gomma, e poi le vedevo: le bolle d’aria che uscivano da quel piccolo buchino che aveva interrotto la mia corsa. Presto imparai ad usare il mastice e le Tip Top che papà aveva messo in una borsetta nera di finta pelle, sotto il sellino. Ed ero così orgogliosa di saperlo fare anche da sola, dall’alto dei miei 8 anni, da non avere paura di forare per strada, essere capace di sporcarmi le mani di grasso scuro per sistemare la catena, tornare a casa con le dita appiccicose perché avevo usato quella pasta miracolosa che avrebbe chiuso i fori causati da quelle strade sempre troppo polverose per una bambina.

 

La bici è stata una delle grandi presenze della mia infanzia. Uno dei primi regali “da grande” una compagna di gioco quando l’aria iniziava a stiepidire e l’unico mezzo per spostarsi e per far finta di scappare di casa, sentirsi un po’ adulti. Si cadeva spesso dalla bici e ci si sporcava. Le ginocchia erano sempre scure di terra e le mani non erano mai mani candide. Oggi, a distanza di tanti anni, faccio un lavoro che mi ha portato a vivere in un mondo ordinato, pulito, senza polvere. Se mi fermo a guardare i bimbi attorno a me non hanno ginocchia sbucciate o mani sudicie e appiccicose di caramelle. Capita sempre più raramente. E un po’ di nostalgia mi sale perchè in fondo, se c’è una cosa che mi ha fatto innamorare de L’Eroica è stata questa grande opportunità di sporcarmi ancora.

Alessandra Ortenzi