La bellezza della fatica e il gusto dell'impresa

Quanto vale la mia libertà? “Tutta la strada che riesco ad immaginare di percorrere con il vento in faccia”, risponde il mio cuore.

Davanti a me non c’è nulla. E’ piovuto il giorno prima e sento un sibilo salire su dalla scia delle ruote fino a schizzarmi le calze. Così la strada mi guida tra i suoi odori e i miei pensieri. Sì quelli che, seduti ad una scrivania, ti rincorrono e ti incatenano.

Nella mia fuga solitaria me li lascio alle spalle, dietro la quercia e i filari pronti come una sfilata di soldatini.

Così sono solo, io e la mia bicicletta, con i miei vestiti migliori e l’animo pronto a farsi inondare di vita da tutta la natura intorno. Aumento il passo, sento che il sole è alto ormai e ora posso iniziare la mia gara: non posso perdere.

La bicicletta ed io, fuse insieme, siamo uno strano essere informe. Sembriamo l’unica cosa viva in quel paesaggio che non avevo mai visto così vuoto e non avevo mai sentito prima. Così ci credo e continuo a distanziare la parte di me che avrebbe mollato. Tanto che alla seconda curva non lo vedo più. Correndo tra sterro e cielo mi sento cristallizzato in una mobilità irreale, quasi metafisica, dove posso sentire gli altri ma posso chiudere gli occhi e sperare che tutto realmente dipenda da me. Che dopo le costrizioni io abbia imparato che i limiti non sono privazione. Sono solo strade diverse da percorrere con cautela.

Ecco arrivo al traguardo, certo di averci messo meno di quanto mi aspettassi. E allora? Allora ho vinto davvero? Si ho vinto. Ho vinto contro l’essere umano che ero prima, a cui sto a distanza di sicurezza perché l’unica cosa di cui temo possa essere infettato è la superficialità di credere che il creatore di un mondo così spettacolare ci possa proteggere dalle nostre stesse leggerezze.

Io correrò ancora la mia fuga, continuerò a vincere i miei limiti a superarmi.

La bicicletta correrà ancora mia complice e per ogni volta sarò felice di sentirmi semplicemente vivo.

Cristina Rauso