La bellezza della fatica e il gusto dell'impresa
   Edizione 2022

Per avere idea del valore della strada bianca bisognava possederne memoria e la fortuna che alcune zone elette ne avessero conservato tracce e sembianze.

L'asfalto, certo, ha seguito di pari passo l'esplosione del motore, l'invasione di moto, macchine e quant'altro si è, nemmeno troppo pian piano, impadronito di ogni via di comunicazione. Non è arrivato solo in qualche ultimo alveolo di campagna profonda, quando anche da là se ne stava andando tutto un mondo, dissoltosi con la fine della mezzadria e di un certo stile di vita. Prima era solo polvere o fango lo spostarsi, la trazione demandata a buoi, asini e cavalli, a carriaggi per i quali esisteva un'apprezzata arte personalizzata, capace di opere che decretavano il rango della casata contadina. Certo, quelle superfici si mantenevano le più adatte per tali bestie ed i loro zoccoli, le scarpe da lavoro, si chiodavano per far presa e limitare consumi e le strade, comunque, restavano, per la quasi totalità della gente fuori di città, un nesso coi poderi vicini, un universo da percorrere, per lo più, a piedi. Poi, fine Ottocento ma anche inizio Novecento abbondante, arrivarono le bici, sempre più strumento di emancipazione, modo per arrivare a mercati cittadini ed alle feste da ballo dei paesi vicini. Prima fu una per famiglia contadina evoluta e serviva a turno per i più arditi, poi la bicicletta cominciò a diventare un attrezzo sportivo per imprese memorabili, l'unico vero sport cui potevano pensare di accedere i diseredati. Proprio così, infatti, si chiamarono coloro che provavano a misurarsi con le gare su strada senza avere dignità di una società sportiva che li seguisse. La strada bianca narrava le sue storie, sviluppava di suo un magnifico romanzo popolare fatto di accidenti, traversie varie, di polveroni indistinti, di fango che incrostava tutto, di incontri occasionali con qualsiasi essere vivente non sempre benigno. E, ovviamente, fabbricava leggende di imprese eroiche in serie.

Oggi che l'abbiamo reintrodotta nel grande ciclismo è tornata ad emozionare, a segnare differenze tecniche, a produrre spettacoli in 4 G, a rendere di suggestione speciale certe facce, a decretare sentenze anche sulla base di meteo più o meno propizi, dal secco sconnesso pieno di sabbie fini causa siccità ai viscidi pantani colmi di insidie, capaci di determinare ad ogni curva una situazione nuova, una scossa di adrenalina, uno spettacolo coinvolgente.

Come non ricordare che proprio certe strade e situazioni speciali di meteo posero pietre miliari della storia del ciclismo? Alfredo Martini, terzo nella Cuneo-Pinerolo, ovvero primo degli umani dopo Coppi e Bartali, ebbe a dire che chi aveva disegnato quella tappa certe strade non le conosceva, il disegno era stato tracciato su una carta; la Cannes-Briancon del Tour 1948 di Bartali dette un verdetto così eclatante per condizioni da tregenda e strade improbe, dove ad un eroe come Bartali ("sradicava la bici dal fango" scrissero) fu concessa l'impresa che acquietò una possibile rivoluzione.

Oggi, al ciclismo da strada fuori dall'asfalto, un'idea eroica che compie un quarto di secolo, è affidato lo scrivere una bella parte del ciclismo del futuro.

Giancarlo Brocci

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